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PASQUA ORIENTALE E PASQUA OCCIDENTALE: LA DECISIONE DI NICEA

  • Dario Dicorato
  • 9 mar
  • Tempo di lettura: 2 min

Aggiornamento: 10 mar

Stadera n. 167 – Mar/Apr 2026


Dopo la condanna dell’eresia ariana, nonché della teologia subordinazionista del Logos e delle tre ipostasi, secondo cui il Logos era preesistente ma non coeterno con il Padre, per Ario un principio originato (il Figlio) da un altro non può essere uguale a un principio senza origine (il Padre). Dio non può essere non-generato e generato insieme, pena la dualità in sé stesso; secondo Ario è meglio, perciò, intendere generato nel senso di fatto (creato). Per lui un principio originato da un altro non può essere uguale a un principio senza origine.


Nicea (325) affermò, invece, che chi avesse sostenuto la dottrina per la quale “c’era un tempo quando non c’era” e “prima di essere generato non era” e “fu dal nulla”, mutabile o alterabile, sarebbe stato colpito da anatema. Il Figlio era «Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza (homoousios) del Padre».

Al Concilio di Nicea si affrontò, inoltre, la questione della diversità del giorno in cui celebrare la Pasqua (Cantalamessa). La Chiesa orientale e occidentale erano divise non solo sul giorno in cui celebrarla ma anche sulla fisionomia stessa del digiuno. Da una parte le Chiese dell’Asia minore e quelle confinanti della Siria e della Cilicia rompevano il digiuno e celebravano la Pasqua il 14 Nisan, anniversario della morte di Cristo, in qualsiasi giorno della settimana. Dall’altra le Chiese di Roma non erano per niente disposte né a interrompere il digiuno né tantomeno a celebrare la Pasqua se non di domenica, e più esattamente la domenica immediatamente susseguente al 14 Nisan.


Pertanto tre parti della terra abitata celebravano d’accordo con i romani e gli alessandrini e solo la rimanente quarta parte era in disaccordo e precisamente la regione orientale. Si stabilì allora che, tolta ogni discussione, i fratelli orientali attuassero la stessa prassi dei romani e degli alessandrini e di tutti gli altri, di modo che tutti in uno stesso giorno e all’unisono innalzassero le loro preghiere nel giorno santo della Pasqua. La decisione di Nicea si stabilì pacificamente e tutta la Chiesa celebrò la Pasqua unanimemente. Tale accordo durò fino al 1582 quando, il patriarca di Costantinopoli Geremia II rifiutò, in nome della fedeltà della decisione di Nicea, di adottare il calendario riformato che Gregorio XIII aveva promulgato senza attendere il consenso della Chiesa greca (Peri). Da quel momento in poi la cristianità deve ancora ritrovare l’unità della sua Pasqua.


don Dario Dicorato


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